L’importanza del microbiota intestinale: l’intervista al Dott. Vincenzo Craviotto

Dott. Vincenzo Craviotto, specialista in Gastroenterologia, IRCCS Humanitas Research Hospital (Rozzano, MI). Si occupa di disturbi gastrointestinali, con interesse clinico e di ricerca per gut-brain-microbiota axis, barriera intestinale e medicina personalizzata.

 

1. Qual è l’impatto del microbiota intestinale nei confronti di condizioni come IBD (Inflammatory Bowel Diseases), diabete e tumori?

Negli ultimi anni stiamo superando l’idea del microbiota come “flora” passiva. Oggi lo consideriamo un sistema dinamico, capace di dialogare con immunità, barriera intestinale e metabolismo, comportandosi come un organo funzionale. In questo contesto la disbiosi non è più interpretata solo come conseguenza della malattia, ma spesso come parte dei meccanismi che la sostengono o la modulano, soprattutto attraverso alterazione della barriera (permeabilità), cambiamento dei metaboliti prodotti dai batteri e modulazione della risposta immunitaria.

Nelle IBD (morbo di Crohn e colite ulcerosa) uno dei segnali più coerenti è la riduzione di batteri produttori di acidi grassi a corta catena, tra cui Faecalibacterium prausnitzii, con conseguente calo di butirrato, una molecola chiave perché nutre i colonociti e contribuisce alla stabilità delle giunzioni serrate e alla funzione di barriera. In modelli sperimentali e in dati clinico-biologici, questo asse è associato sia alla regolazione dell’infiammazione sia alla protezione della barriera.

Accanto ai batteri “chiave”, oggi la metagenomica (che consente di esplorare anche geni e funzioni del microbioma) sta valutando segnali più complessi, che potrebbero diventare biomarcatori di rischio o di decorso. Siamo però ancora in una fase di validazione, quindi è importante evitare letture deterministiche.

Nel diabete tipo 2 il tema centrale è l’infiammazione metabolica di basso grado. Alcuni profili di disbiosi sono associati a un maggiore passaggio in circolo di componenti batteriche (come il LPS), che possono attivare vie infiammatorie e favorire insulino-resistenza. In parallelo, il microbiota dialoga con la regolazione ormonale intestinale, inclusi i sistemi incretinici come GLP-1, che sono al centro anche delle terapie metaboliche più moderne.

In oncologia, e in particolare nel tumore del colon-retto, sappiamo che alcuni microrganismi sono associati alla carcinogenesi e, in alcuni casi, possono contribuire con meccanismi più diretti. Fusobacterium nucleatum è stato correlato a un microambiente pro-infiammatorio e a una modulazione della risposta immune antitumorale, mentre alcuni ceppi di E. coli portatori dell’isola pks producono colibactina, una tossina genotossica collegata a danno del DNA e a specifiche firme mutazionali osservate nei tumori colorettali.

Il messaggio pratico è che il microbiota è un target modificabile, ma va letto come parte di un sistema: geni, dieta, farmaci, infiammazione e stile di vita rimangono variabili determinanti.

 

2. Quali strategie quotidiane evidence-based (dieta, stile di vita, interventi mirati) consiglierebbe in ambito clinico per mantenere in equilibrio il proprio microbiota?

La buona notizia è che il microbiota è plastico. A differenza del genoma, risponde alle scelte quotidiane, soprattutto a ciò che mangiamo, al movimento e ai ritmi di vita. In clinica, quando si parla di alimentazione, il concetto più utile è “coltivare” i batteri che producono metaboliti protettivi, in primis gli acidi grassi a corta catena. Questo si ottiene con carboidrati complessi e fibre fermentabili, spesso definiti microbiota-accessible carbohydrates. Nella pratica significa una dieta di tipo mediterraneo, ricca e variata in vegetali, legumi, cereali integrali, frutta secca, con spazio anche per alimenti ricchi di specifiche fibre: inulina e FOS (in alcune verdure e radici), amido resistente (per esempio riso o patate cotti e poi raffreddati, legumi ben tollerati), e pectine (frutta), sempre tenendo conto della tolleranza individuale e introducendo gradualmente se il paziente è sensibile.

Accanto alla qualità della dieta, contano idratazione, attività fisica e sonno. Un’idratazione adeguata supporta la fisiologia del muco intestinale e la regolarità, mentre l’esercizio regolare è associato a maggiore diversità microbica e a un profilo metabolico più favorevole. Anche i ritmi circadiani hanno un ruolo: il microbiota oscilla nelle 24 ore e la deprivazione di sonno o l’irregolarità cronica possono rappresentare uno stress biologico.

Sugli interventi mirati, bisogna essere onesti e precisi: probiotici, prebiotici e simbiotici possono essere utili, ma non sono intercambiabili e non sono per tutti. Hanno senso quando esiste una specifica indicazione, e la scelta dovrebbe essere basata su ceppi e dosi supportati da studi.

Infine, un punto spesso sottovalutato: la protezione del microbiota passa anche dall’uso appropriato di antibiotici e farmaci, perché alcune terapie possono alterare profondamente e a lungo l’ecosistema intestinale.

 

3. Quali potrebbero essere le prospettive future sull’analisi del microbioma intestinale nella pratica clinica?

La direzione è chiara: passare da test che descrivono “chi c’è” a strumenti che chiariscono “che cosa sta facendo” il microbioma e come questo si traduce in decisioni cliniche utili. In questo, la metagenomica shotgun è un salto tecnologico importante perché permette di osservare non solo i batteri presenti, ma anche geni, pathway metabolici e, in parte, differenze tra ceppi. Questo aiuta a collegare il dato microbiologico a funzioni biologiche rilevanti.

Il secondo asse è l’integrazione dei dati: microbioma, dieta, farmaci, clinica, biomarcatori infiammatori e metabolici, e andamento nel tempo. Il microbiota è dinamico, quindi il valore spesso non sta nel singolo prelievo, ma nella traiettoria. Su questa complessità si stanno applicando modelli di intelligenza artificiale per riconoscere firme predittive, ma il punto chiave è la validazione prospettica e la trasparenza dei modelli: promettente, sì, ma da portare in clinica con rigore.

Sul fronte terapeutico, oltre a pre/probiotici sempre più “di precisione”, esiste una frontiera interessante: batteri o consorzi batterici progettati per produrre specifici metaboliti utili. Un esempio citato in letteratura sperimentale è la produzione batterica di triptamina, capace in modelli animali di attivare un recettore serotoninergico epiteliale (5-HT4) e accelerare il transito intestinale. È un concetto potente, ma è bene ricordare che molte evidenze sono ancora precliniche e vanno tradotte con cautela.

Il futuro plausibile è una microbiome-medicine più standardizzata, meno report descrittivi e più strumenti integrati, utili a stratificare rischio, prevedere risposta a interventi terapeutici e personalizzare dieta e terapie.

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